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Ogni volta che vado a Milano, ne ricavo una duplice impressione: da un lato è una città che mi attira moltissimo, per il suo essere una metropoli, per la varietà di cose, situazioni e persone che offre, per la sensazione che ti dà che se una cosa succede in Italia, succede a Milano, e non altrove. A volte penso che potrebbe essere un luogo perfetto per coltivare i miei numerosi interessi e per assecondare la mia mentalità, sempre in cerca di nuovi stimoli e sofferente negli spazi stretti di paese.
Dall’altro lato, però, c’è la frenesia, la velocità e lo stress che caratterizza questa città e i suoi abitanti: scendendo dal vagone della metropolitana in ora di punta si viene travolti e trasportati all’uscita, la gente non cammina ma corre, il ritratto del milanese “lavoro, guadagno, pago, pretendo” è secondo me particolarmente azzeccato. Il traffico stradale è una delle cartine di tornasole più evidenti di questa mentalità frenetica e perennemente incazzata: sabato sera, a mezzanotte, ho visto macchine che facevano le gare ai semafori per infilarsi per prime nel varco tra due colonne di auto! Ma dove corri, perché corri, a mezzanotte di sabato sera?! Dove devi andare così di corsa nel tuo tempo libero?
Immagino che si possa anche vivere questa città in modo meno stressante, soprattutto se si ha la fortuna di avere un comodo tragitto casa-lavoro, però ho sempre la sensazione che Milano viva con il tasto Fast Forward perennemente premuto; tutto va a velocità doppia: auto, persone, idee, lavoro, rapporti umani, ma mi sembra che consumi energie e nervi in metà tempo, forse anche i sentimenti. Probabilmente bisogna esserci nati perché sembri una cosa normale.
Qualche anno fa è mancato poco che ci andassi a lavorare e a vivere, e allora sarei andato di corsa. Adesso avrei bisogno di stimoli molto più forti, e non so nemmeno se ci andrei o quanto ci potrei stare. Però un salto una o due volte l’anno mi piace farlo, per mettere dentro la testa e vedere se sono più le cose che mi attraggono o quelle che mi respingono. Finora sono sempre tornato, ma non si sa mai…
Sabato scorso mi sono tolto una bella soddisfazione: sono andato a Milano al Teatro Nazionale a vedere il Rocky Horror Show!
Che spettacolo! Il Rocky Horror è un fenomeno da 30 anni e vedendolo si capisce il perché! Il coinvolgimento del pubblico è totale: gli attori dialogano con il pubblico, in particolare con la claque degli appassionati in prima fila, vestiti come i personaggi dello spettacolo. Gli inviti ad alzarsi e a ballare sono continui, e raggiungono l’apice nei pezzi più famosi come Time Warp, dove vengono illustrati i passi da eseguire, con il famoso cartellone presente anche nel film.

Ma il pubblico viene coinvolto in modi anche molto più diretti: durante la scena iniziale sotto la pioggia, solerti assistenti provvedono a ricreare l’ambientazione innaffiando il pubblico con le pistole ad acqua! Durante la scena del matrimonio di Frank piove riso su tutto il teatro, e quando Rocky si libera dalle bende volano rotoli di carta igienica peggio che allo stadio. All’intervallo, il pavimento del teatro è già ridotto praticamente a un cesso!
Lo spettacolo è recitato e cantato in Inglese, ma gli attori e il narratore inseriscono spesso e volentieri frasi in italiano (quasi sempre volgari), con effetti esilaranti. Il dialogo e l’ammiccamento col pubblico sono continui, e gli attori sono bravissimi nella recitazione, nel canto e nel ballo. Lo spettacolo si segue bene con un minimo di dimestichezza con l’Inglese, è però consigliabile averlo già visto almeno una volta in dvd, altrimenti alcuni punti potrebbero risultare un po’ oscuri.
Insomma, il Rocky Horror va visto, dal vivo o su dvd. Non solo per il messaggio anticonformista, libertario e incoraggiante che lo contraddistingue (Don’t dream it, be it), ma perché è davvero divertente e dal vivo assolutamente indimenticabile! Let’s do the time warp again!
Giovedì scorso ho assistito ad un grandissimo concerto dei Porcupine Tree al New Age. Un’esibizione energica e tecnicamente perfetta, veramente da applausi. Ottimi musicisti, e in particolare un batterista fenomeno, hanno dato vita ad uno spettacolo da ricordare, per la loro bravura e per l’ottima qualità del suono e dell’amplificazione. Penso che sia uno dei migliori concerti a cui ho assistito in un piccolo club.
Il pubblico era particolarmente eterogeneo e anche abbastanza avanti con l’età: si notavano infatti diversi padri di famiglia, attirati forse dalla prospettiva di trovarsi di fronte alle atmosfere prog tipiche di alcuni album del gruppo. In realtà il concerto è stato per molti tratti praticamente metal, in particolare in alcuni brani tratti dall’ultimo album Deadwing. Mi sono piaciute in particolare “Arriving somewhere, but not here” e “Halo”
Da segnalare anche l’ottimo accompagnamento delle immagini, proiettate in uno schermo posto dietro al palco. Filmati, immagini e visuals mai buttati là a caso, ma perfettamente in linea con lo spirito dei brani e sincronizzati con i passaggi musicali più importanti. Davvero un bel concerto, difficile fare meglio di così in un piccolo locale.
Ebbene, lo dico! Sono 33 anni. Giusto oggi.
Sono partito per questo concerto poco convinto, stimolato più dalla vicinanza (Roncade, New Age) dal basso prezzo del biglietto e dal fatto che era di venerdì, più che dall’interesse per il gruppo. Nell’ondata brit-indie-rock-pop-qualcosa di questo periodo, infatti, i KC mi sembravano uno dei tanti gruppetti con un paio di singoli azzeccati ma niente più.
Il concerto invece è stato divertente e soprattutto più vario di quello che mi aspettavo: temevo che il gruppo avesse nelle corde solo i ritmi punkeggianti e gli onnipresenti coretti delle due canzoni più note “Everyday I love you less and less” e “I predict a riot”, ma sono stati in grado di spaziare anche verso il rock più classico, sconfinando fino a un tiratissimo pezzo praticamente blues.
Il gruppo si è presentato sul palco accompagnato dall’intro di “Money for nothing” dei Dire Straits (proprio quella originale!), che hanno lasciato andare fino a tutto l’assolo iniziale, per poi interrompere la musica e iniziare a cantare. L’esibizione di tutto il gruppo è stata molto energica e il concerto ben suonato; grintosissimo il cantante, che ha coinvolto in tutti i modi il numeroso pubblico, fino a compiere una grande impresa nel corso dei bis: gettandosi sulle mani alzate del pubblico, è riuscito a farsi trasportare dal palco fino al banco del bar, girando discretamente largo intorno alla colonna (la famosa colonna del New Age
).
Il concerto è durato poco, meno di un’ora compreso due bis (tra i quali una gustosissima cover di “I heard it through the grapevine”, suonata in pieno stile punk-funk neanche fossero i The Rapture), ma la qualità dell’esibizione ha compensato la breve durata. Bravi, mi sono divertito!
E’ finalmente uscito in Italia Hikaru No Go, il primo manga dedicato al gioco del Go. Il fumetto parla di un ragazzino giapponese che trova in soffitta un vecchio goban (il tabellone su cui si gioca a Go), abitato dallo spirito di un fortissimo maestro, che entra dentro di lui e lo spinge a scoprire il gioco. Dapprima il ragazzo è restìo e affronta il gioco per forza e con una mentalità completamente opposta allo spirito del goista, ma poi gradualmente finisce per appassionarsi ed entrare nello spirito del gioco.

Non sono un esperto e nemmeno un appassionato di manga, ma mi sembra che sia ben disegnato e divertente da leggere. Dal punto di vista tecnico del gioco, si avvale della consulenza di un giocatore 5° dan, e quindi tratta la materia in modo serio e competente.
Negli altri paesi dove è stato pubblicato, Hikaru è stato un importante mezzo di diffusione del gioco presso molti ragazzi, che si sono appassionati al Go attraverso la lettura del fumetto. Spero che avvenga anche in Italia, perché il Go merita una diffusione e una conoscenza maggiore di quella carbonara di cui gode ora. Il Go non è solo un gioco bellissimo e di una profondità unica: è una disciplina simile a un’arte marziale, è una filosofia, è un modo di pensare.
Per saperne di più, potete leggere una breve introduzione al Go che ho scritto qualche anno fa su Be-better, mentre per una spiegazione più dettagliata o per iniziare a giocare, consiglio di visitare il sito della Federazione Italiana Gioco Go o dell’Associazione Goistica Italiana.
Venerdì sera sono stato a Castelbrando, il castello trasformato in una specie di villaggio turistico a Cison di Valmarino, per la presentazione del nuovo film di Franco Battiato, presente l'autore.
La serata non è stata delle migliori: dopo aver fatto 40 minuti di colonna tra Spresiano e Ponte della Priula, aver corso una prova speciale da Ponte a Cison per recuperare, esser diventato matto per trovare 1 euro di moneta per salire con la teleferica al castello, aver pagato salatissimi 13 euro di biglietto di ingresso, riesco finalmente ad entrare nel Teatro Magno di Castelbrando, appena in tempo per l'inizio del dibattito.
Prima delusione: mancando un'adeguata apparecchiatura, il film viene proiettato tramite un dvd e un videoproiettore!!! Mi chiedo come sia possibile che un posto come Castelbrando non abbia una sala cinema attrezzata e disponibile per la serata. Anche il teatro è tutt'altro che "magno": soffitto basso, platea molto larga davanti ad un piccolissimo palco, alcune sedie aggiunte in fondo. Trovo posto in ultima fila, da dove non si vede quasi nulla.
Inizia il dibattito con Battiato, Sgalambro e un moderatore. Curiosa e discutibile scelta, quella di parlare del film prima di averlo fatto vedere agli spettatori. Qualche considerazione interessante di Battiato sul cinema americano attuale e sulla contrapposizione col suo cinema, e qualche scambio di battute con Sgalambro animano la serata. Dopo una mezz'ora di discussione e un paio di domande "rubate" da due spettatori, si passa alla visione del film, che sarà interrotta a metà da problemi tecnici al proiettore... veramente una seratona.
La seconda delusione della serata, purtroppo, è stato proprio il film. Se la parte centrale, dedicata alla figura di Beethoven, è stata tutto sommato accettabile, le parti iniziali e finali, ambientate ai giorni nostri, sembrano veramente delle aggiunte inutili e difficilmente collegabili al resto del racconto. Dialoghi sconclusionati, attori poco convincenti, una trama che quasi non esiste e non porta da nessuna parte. Adesso capisco perché il dibattito lo hanno fatto prima del film... dopo sarebbe stato difficile parlarne! L'unica cosa che salvo del film è la convincente interpretazione di Alejandro Jodorowsky, che dà vita ad un Beethoven scostante ed irascibile, ma a volte anche insospettabilmente giocoso.
Se già la prima opera cinematografica di Battiato (Perduto Amor) non era stata particolarmente convincente, ma si salvava almeno come affresco dell'Italia degli anni 60 tra la Sicilia e Milano, questa seconda, peggiore, si potrà secondo me ricordare solo per l'omaggio alla figura di Beethoven. Peccato, Battiato resta sempre uno dei miei idoli musicali, ma per il cinema credo che continuerò a rivolgermi altrove... speriamo che lo faccia anche lui e abbandoni un campo che non gli è congeniale.
Voto al film: 4. All'organizzazione della serata: 3
Frugando nel mio baule dei preferiti, ho ritrovato questo simpatico sito:
http://www.kissthisguy.com/ : l'archivio delle canzoni fraintese!
Quante volte vi è capitato di non capire bene il testo di una canzone e di "reinterpretarlo" a modo vostro? E magari, dopo aver scoperto cosa diceva in realtà la canzone, avete continuato a cantarla nella vostra versione perché ormai vi eravate abituati...
Beh adesso potete rendere pubbliche le vostre rielaborazioni più fantasiose, e leggere quelle degli altri. Nella scheda dovrete indicare anche: l'imbarazzante momento della rivelazione (che il testo non era corretto), l'età in cui avete scoperto la verità, se pensate che il vostro testo sia migliore dell'originale (certo che sì!), se avete convinto qualcuno che il vostro testo è quello giusto, e se prendete strane medicine... 
Il titolo del post fa riferimento ad una notissima canzone dei Van Halen, che ho frainteso per almeno quindici anni, anche se credo di essere stato in buona compagnia.... e chi mai poteva capire "might as well jump"? 
Questo blog sarebbe nato per parlare anche e soprattutto di giochi, però noto che finora ho scritto solo un post al riguardo!
Il motivo principale è che in questo periodo sto giocando pochissimo. I lavori per attrezzare la sede della nostra futura ludoteca hanno praticamente eliminato il consueto appuntamento del sabato pomeriggio, il gruppo di gioco a Treviso si è sciolto per cause di forza maggiore e io in questi ultimi mesi non mi sono sentito particolarmente stimolato a cercare altre occasioni per giocare.
Così ho anche trascurato un'iniziativa molto interessante come il campionato veneto di backgammon, ma a dire il vero in questo caso ci sono anche motivi economici che mi hanno spinto a saltare le prime due tappe. I backgammonisti, accidenti a loro, giocano solo a soldi (e questo è anche connaturato alla natura del gioco, che senza una posta perde molto del suo senso) e purtroppo per partecipare ai tornei di solito ce ne vogliono parecchi, almeno per le mie tasche. Penso quindi che mi limiterò alle tappe di Treviso e forse Mestre, quando arriveranno.
La voglia di giocare però mi sta tornando, e penso che i Giochi Sforzeschi di Milano a dicembre saranno la molla che mi farà ritornare in piena attività. E' la mia manifestazione preferita, perfetta per un giocatore quasi onnivoro come me: in 3 giorni ho l'occasione di giocare a tutti i miei giochi preferiti, e di rivedere gli amici che ho conosciuto tra i giocatori delle varie discipline.
E poi mi piace il clima incredibilmente vario dei Giochi: a distanza di pochi passi persone diversissime per età, mentalità e stato sociale danno sfogo alla stessa passione, sotto forme diverse: dalle signore impellicciate che giocano a Bridge ai ragazzetti che pitturano miniature fantasy, dai concentratissimi scacchisti ai rumorosi appassionati di spada medievale che picchiano come fabbri: ogni stanza del palazzo che ospita la manifestazione è un mondo a sé. Un antropologo culturale potrebbe passarci dei mesi a studiare, là dentro. Io ci passerò le giornate, a giocare, dalle 10 di mattina all'1 di notte, come al solito... seguirà dettagliato reportage. 
Davvero notevole l'understatement di questo annuncio Adwords.
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A scanso di equivoci, preciso che l'ho trovato facendo una ricerca per la keyword "parole singole"...